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Vittoria e Abdul

Al cinema

Vittoria e Abdul

“La diversità è una risorsa. ‘E un’occasione di arricchimento per l’altro” (Cecile Kyenge)

Esce nelle sale italiane Vittoria e Abdul, versione cinematografica firmata Stephen Frears dal romanzo di Basu Sharabani.

È la storia dell’improbabile ma non impossibile, elegante-commovente–ironico rapporto d’amicizia tra due personalità agli antipodi sotto tutti i punti di vista, (età, ceto, razza, religione ) ma legate, via via sempre più indissolubilmente, da un medesimo sentire umano.

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Siamo nella Londra di fine Ottocento, nel pieno dei festeggiamenti per il giubileo d’oro della corona inglese, e il giovane indiano Abdul Karim ( interpretato da un Ali Fazal in gran forma) parte da Agra, la città indiana del Taj Mahal , per recare a corte una prestigiosa moneta cerimoniale, il dono con cui l’India intende omaggiare la sua imperatrice e sovrana, l’anziana regina Vittoria (il premio oscar Judi Dench).

La regina è triste dopo la morte del suo fedele servitore - e amante - John Brown. Abdul è bello e aitante e in breve tempo, da servitore al tavolo della regina, ne diventa attendente personale e Munshi, cioè insegnante di lingua urdu. Vittoria apprezza i curry che Abdul le prepara, è curiosa del suo mondo e si affeziona talmente al giovane da farne il suo consigliere e confidente. Le inaspettate fortuna ed influenza conquistate così rapidamente da Abdul alimentano l’odio di quanti a corte guardano con sospetto e preoccupazione a questo inconsueto legame con uno straniero. Legame che la regina difenderà invece caparbiamente, da tutto e da tutti.

Sin qui il plot, semplice, essenziale se vogliamo.

Poi c’è lo stile, inconfondibile, di Frears, volto da una parte a raccontare una favola d’altri tempi dall’altra a riscriverne l’attualità: affrontando il problema dell’immigrazione con la potenza di una storia vera, dimostrando cioè che il diverso non è sempre una minaccia ma un’occasione di confronto, di crescita, persino di evoluzione.

Un legame tra una donna cristiana e un musulmano, in un mondo funestato dal terrorismo dell’Isis, poteva essere uno spunto faticoso da digerire per il pubblico. Frears raccoglie la sfida, “La mia è una storia di tolleranza religiosa”, afferma. E con l’eleganza e l’humour che gli sono propri, sin dalle prime sequenze, cambia le carte in tavola, rovescia i punti di vista.

La sovrana per prima viene presentata in tutta la sua, seppur regale, umanità: la vediamo mangiare a letto discinta e arruffata, addormentarsi a tavola durante un pranzo di corte e la intuiamo innamorata, sia pure di un amore casto, nonostante la sua età. Insomma vediamo Vittoria prima ancora della regina d’Inghilterra.

“Era un personaggio profondamente eccentrico, folle e meraviglioso nello stesso tempo” dichiara Frears “e io sono riuscito solo in parte a restituirne l’originalità”. Conosciamo così le non comuni doti di una donna sensibile e umanissima, dipinte da un regista che in lei rivede forse qualcosa di se stesso: un regista che ama rivestire come in un manto regale le sue pellicole, con inquadrature, scenografie e costumi preziosi, ma che alle interviste si presenta spettinato e sgualcito, la quintessenza dell’informalità.

In Vittoria e Abdul, Frears rovescia il gioco delle parti: il “re è nudo” ovvero l’imperatrice è donna prima che sovrana, Vittoria zittisce senza mezzi termini il primo ministro definendolo “deprimente”, sbuffa sulle etichette e i protocolli della corte inglese, poi sorride invece amabilmente al fascino dell’oriente e del suo nuovo servitore, tanto da farne quasi un polo di riferimento per la sua politica e prima ancora per la sua vita.

L’ironia, inglese e non solo, diverte e aggiunge un pizzico di magia alla storia-favola. L’Inghilterra colonialista deve piegarsi di fronte ad un uomo di colore, entrato nelle grazie della corona molto più di tante altezzose altezze, e dotato di suo di una tale sensibilità d’animo ed eleganza che, a fianco della regina, viene talvolta scambiato egli stesso per un principe.

I bellissimi costumi di Consolata Boyle (“The Queen”) e la fotografia impeccabile di Danny Cohen (“Il discorso del re”) completano il fascino di un quadro suggestivo, che rende l’incanto di un’amicizia profonda tra due esseri umani e di un sentimento che fa tabula rasa di qualsiasi barriera sociale ed anzi se ne ride.

Vittoria e Abdul: recensione della sorprendente commedia in costume di Stephen Frears presentata a Venezia 2017