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“Mareyeurs " documentario del regista Matteo Raffaelli

In Senegal un milione e mezzo di persone vive di pesca, negli ultimi dieci anni la quantità di pesce è diminuita del 80% a causa dello sfruttamento dei mari e sono sempre più i senegalesi che decidono di lasciare il proprio Paese alla ricerca di un futuro migliore in Europa

Un quadro inedito della cultura africana, la sua economia e il suo relativo tessuto sociale, dell'Europa dei migranti e dell’impatto che azioni di commercio massivo e consumo incontrollato possono avere sul sistema globale e nella vita di tutti i giorni, partendo dall’esperienza di un mareyeur senegalese, per arrivare fino a noi. È questo Mareyeurs, documentario di Matteo Raffaelli, prodotto da Ocean Film di Francesco Congiu, in gara al 31° FIPA - Festival International de Programmes Audiovisuels di Biarritz (Francia), uno dei più autorevoli festival di audiovisivo internazionali, il 23 e 25 gennaio 2018. Coproduttore del docufilm è HF4 di Marco Del Bene.

Selezionato tra oltre 1300 proposte giunte da tutto il mondo, il documentario dell’italiano Matteo Raffaelli parte dalla storia di un giovane mareyer senagalese, Ibrahima, per toccare temi universali, tra etica del consumo e politica globale, per offrire un quadro inedito del commercio ittico intercontinentale, legato alle migrazioni, e un racconto attento e minuzioso di come lo stravolgimento di una filiera produttiva locale possa andare a intaccare la vita quotidiana di tutti, su scala mondiale.

Il film – ha spiegato Raffaelli – cerca di indagare le cause profonde dell’immigrazione in Europa e di come si potrebbe evitare attraverso un consumo consapevole”.

Ibrahima è un giovane mareyeur, intermediario tra pescatori e dirigenti delle aziende di pesca locali. Preoccupato dalla scarsità del pesce in Senegal e dalla costante diminuzione del suo reddito, matura in lui l’idea di emigrare in Europa. Troverà sul suo cammino delle persone che cercheranno di dissuaderlo e questo lo porterà a mettere in dubbio il suo progetto. ”Mareyeurs” mette in luce il faticoso quotidiano di questo giovane senegalese, portavoce di tutti coloro che, come lui, sono alla ricerca di migliori condizioni di vita. Insieme alla figura di Ibrahima, ad animare e restituire al pubblico il quadro complesso di un’Africa raramente protagonista di documentari come Mareyeurs, è una costellazione di personaggi unici e reali come Mame Fotou Kaire impreditrice a capo del sistema matriarcale del commercio del pesce nella città di Saint Luis.

Dalla lotta del singolo, alla messa in crisi del sistema vitale e produttivo di un paese, dall’iperconsumo del pesce, al lavoro delle donne africane, Mareyeurs è la storia, vera, di un giovane che sogna l’Europa; la storia di un sistema di commercio globalizzato che sfrutta i mari africani; la dimostrazione di quali potrebbero essere le conseguenze, in un immediato futuro, se il pesce dovesse esaurirsi in Senegal e la popolazione non potesse più considerarlo una risorsa basilare.

Ad accompagnare il viaggio emozionante di Mareyeurs, in un Senegal raccontato con intelligenza dal regista, le musiche evocative di Marco Del Bene e Roberto Procaccini, e una fotografia in grado di mostrare, attraverso quadri cromatici d’impatto e mai banali, un mare e un territorio dalla bellezza sconvolgente, le sfumature del cielo africano e la battaglia quotidiana per una vita dignitosa.

Il regista:

Matteo Raffaelli, uscito dal Fandango Lab, è autore e regista di documentari. Dal 2005 ha realizzato documentari in Italia e all'estero in collaborazione con Minimum fax media, RAITRE, Rai Storia, Ocean Film, Art Project e Revolver Film. Tra i suoi lavori principali: “A quattro mani” documentario con Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli prodotto da Daniele di Gennaro per RAITRE e presentato in anteprima alla Fiera del Libro di Torino; la trasposizione televisiva per RAI TRE di “Memorie di Adriano”, celebre spettacolo con Giorgio Albertazzi tratto dall’omonimo romanzo di Marguerite Yourcenar, trasmesso anche da SKYARTE e uscito per il gruppo L’Espresso - La Repubblica, prodotto da Minimum Fax; coautore con lo scrittore Fabio Genovesi del soggetto del film “Faccio un salto all’Avana”, distribuito da Medusa Film; “La linea del Pasubio” con Peppe Servillo, prodotto da Marco Nereo Rotelli distribuito da Cinecittà Luce, presentato al Festival di Taormina del 2016 e in onda su Rai Storia. 

LIDU CONFERENCE

CALAIS MON AMOUR

 

 

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LIBRI

 

CALAIS MON AMOUR

 

Quando Beatrice ha incontrato per la prima volta Moktar le labbra di lui erano cucite in segno di protesta, ma i suoi occhi parlavano.

 

Calais mon amour, da pochi giorni in libreria, è la storia di un amore inatteso e imprevedibile, eppure tanto travolgente da rivoluzionare due intere esistenze. La storia di un amore doloroso come spesso è l’amore vero.

 

L’autrice è Beatrice Huret, quarantenne cittadina francese, ex infermiera e vedova dal 2010 di un poliziotto di frontiera, fervente sostenitore del Front National.

 

“Sposando lui ho sposato le sue idee”, si legge nel libro, “per fedeltà o per fatalismo nel 2008 ho accettato di essere candidata alle municipali di Boulogne-sur-mer per il Front National (poiché i poliziotti non possono candidarsi): ma non ho mai aderito al razzismo… Tutti questi stranieri mi preoccupavano, la disoccupazione…ma non ne sapevo molto: quando vi dicono che c’è della miseria vicino a casa vostra, vi precipitate a guardarla da vicino?... Prima del mio incontro con Moktar, e con tanti altri migranti, non mi ero mai chiesta quanto coraggio, quanta forza e quanta dignità servissero per arrivare fin qui dall’altra parte del mondo. ”.

 

È una fredda sera di febbraio del 2015 e Beatrice, uscendo dal lavoro, s’imbatte in un ragazzino di colore che le chiede un passaggio. Vuole tornare a casa ma “casa” per lui altro non è che “la giungla” come veniva chiamato il campo profughi di Calais. L’impatto per Beatrice è sconvolgente: la vista dei bambini che giocano nel fango, gli sguardi di rassegnazione e desolazione, il freddo, la miseria in cui versano i rifugiati della giungla, sono per lei come un “uppercut” che la colpisce direttamente al cuore. Da quel momento non può più dimenticare: comincia a donare vestiti, porta alimenti, diventa via via una delle più attive volontarie del campo. Poi, dopo circa un mese, riscopre l’amore.

 

Succede all’improvviso, il giorno in cui le labbra dei profughi sono cucite, una tacita, disperata ribellione alle condizioni disumane del campo. Tra quanti protestano c’è un professore universitario, Moktar, trentasettenne iraniano in fuga dal suo paese. Il sentimento che nasce subitaneo tra lui e Beatrice è come un colpo di fulmine a cielo tutt’altro che sereno, un amore liberatore che salva lei dagli ultimi pregiudizi e Moktar dalla disperazione.

 

Calais mon amour è una testimonianza commovente e un inno alla tolleranza.

 

Moktar, con l’esempio del suo coraggio, insegna e trasmette a Beatrice tutta la forza che serve per vivere. Lei s’impegna allo spasimo, contro tutto e tutti, fuori dai confini della legalità, per regalare a Moktar il suo sogno.

 

“L’ho sostenuto quando ha deciso di partire per il Regno Unito. Avrebbe dovuto pagare dei trafficanti. Cifre astronomiche. L’ho aiutato per amore.”

 

Con mille euro Beatrice acquista una piccola barca a motore. Per sfuggire ai controlli le fa battere bandiera belga e abbiglia Moktar e due dei suoi compagni come pescatori.

 

“Non avrei mai immaginato di potermi trovare all’alba di un giorno di maggio del 2016, sulla spiaggia del Pas-de-Calais abbracciata ad un migrante iraniano, che stringevo a me con la forza disperata di un naufrago”, racconta Beatrice, ricordando gli ultimi struggenti momenti dell’addio al suo amore.

 

I tre profughi partono e vengono recuperati dalla Marina inglese a qualche kilometro dalle coste dell’Inghilterra. Oggi due di loro hanno ottenuto lo status di rifugiato, il terzo è nella procedura per la domanda di asilo. Moktar vive a Sheffield e si prepara ad insegnare il persiano, come faceva nel suo paese.

 

Una sorta di lieto fine se non fosse che adesso, per lo stato francese, Beatrice è una “fichée S”, schedata come i potenziali terroristi, imputata per “associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. E rischia fino a 10 anni di carcere.

 

“È quel che pensa l’accusa, ma io mi sento tranquilla perché non rimpiango quello che ho fatto” assicura lei.

 

Riconosciuta colpevole ma dispensata momentaneamente dalla pena, ora deve presentarsi al Tribunale di Boulogne-sur-mer per l’appello.

 

“L’ho fatto soltanto per amore”, ha già spiegato al giudice.

 

Sulla sua vicenda è in cantiere un film. Intanto, paradossalmente, Beatrice lavora per l’Ofpa, l’agenzia pubblica controllata dal Ministero degli Interni, che si occupa dell’inserimento dei rifugiati in ambito lavorativo.

 

“Con una mano mi processano, con l’altra mi pagano lo stipendio. E’ uno scherzo del destino”, commenta con molta ironia ed altrettanta amarezza, Beatrice Huret, autrice di Calais mon amour ed appassionata eroina dei nostri tempi.

 

Calais mon amour

 

 

CARNE Y ARENA

Prosegue sino al 15 gennaio alla fondazione Prada di Milano Carne y Arena, la strabiliante e coinvolgente video installazione di realtà virtuale concepita dal regista messicano Alejandro Gonzales Inarritu, inclusa nella selezione ufficiale del 70° Festival di Cannes.

Inarritu, già vincitore di 5 premi Oscar, gli ultimi ottenuti per il visionario Birdman e Revenant-Redivivo, non è nuovo a stupirci con gli effetti speciali del suo genio fuori dal comune e gli esperimenti della sua fantasia sconfinata. Con Carne y Arena il suo intento, riuscitissimo, è quello di far sconfinare, nel più completo senso del termine, anche lo spettatore, estirpandolo dalla sua vita e dalle sue certezze e regalandogli l’esperienza drammatica della più derelitta delle esistenze.

In un percorso di appena 6 minuti e 30, non a caso esplicitamente vietato ai minori di 16 anni, lo spettatore, rigorosamente da solo e bardato con zaino, visore e cuffie, viene virtualmente precipitato nel deserto tra Messico e Stati Uniti, a condividere, sulla propria pelle e nel proprio cuore, l’angoscia del viaggio dei migranti. La differenza con il cinema è che non esiste una cornice a separare i salvi dai dannati, ma nel giro di un minuto o poco più si diventa parte di un medesimo inferno.

Si sviluppa un’immediata empatia con i sofferenti, si vedono e sentono i bambini piangere, i vecchi e le persone più deboli lamentarsi, ci si sente scalzi, infreddoliti, allo stremo come loro, pare di averla sotto ai propri piedi la sabbia dura del deserto ed in meno di tre minuti dall’inizio del percorso si è già tentati di levarsi le cuffie e fuggire da questo mondo troppo reale per essere virtuale. E questo prima ancora che arrivino le pattuglie di frontiera con le torce elettriche ed i cani ringhianti al guinzaglio.

Inarittu, che si definisce egli stesso “un migrante” sebbene “di lusso”, per la sua operazione ha attinto a storie vere ed anche per questo l’esperienza per lo spettatore è così coinvolgente.

Perché ci si vede accanto Lina, che a 53 anni per passare la frontiera ha trascorso tre giorni con altri 150 disperati, stipata dentro ad un furgone dove per sopravvivere praticamente si respirava a turno; ci si trova con Carmen, ventiduenne, che ha attraversato il deserto con il figlio di tre anni in collo e alla fine si è dovuta arrendere alle guardie di frontiera e lasciarsi rinchiudere in cella perché il bambino era talmente disidratato che le stava morendo sotto gli occhi…e, ti disperi con John, il cattivo del film che cattivo non è, l’agente di frontiera californiano che proprio per disidratazione ha visto morire molte persone e sente la sua vita ormai segnata per sempre da quell’orrore (“ Vedi accartocciarsi su se stessi gli esseri umani, vedi la vita che lascia i loro corpi e non c’è nulla che tu possa fare”, ha raccontato ).

La prima immagine che ci si presenta all’inizio del percorso è un grande cuore rosso, come uno di quei grandi cuori di Gesù trafitti da spade tipici della tradizione centroamericana: solo che al posto di fiamme e spade il cuore è “trafitto” da una linea di confine, tra U.S. (Stati Uniti ma anche noi, in inglese) e T:H:E:M: (loro) .


Cancellare la distanza emotiva tra noi e loro è infatti lo scopo di Inarittu: “la mia intenzione” ha dichiarato “era di sperimentare la tecnologia VR per esplorare la condizione umana e superare la dittatura dell’inquadratura, attraverso la quale le cose possono essere solo osservate, non vissute”.

È come se l’obiettivo della telecamera venga puntato anche su di noi, Carne Y Arena ci costringe ad uno “zoom” nel profondo del nostro cuore e diventa il memento tangibile di come il dramma dei migranti non sia solo un fatto di statistiche, un reportage ben riuscito o il pretesto per accaparrarsi più voti alle prossime elezioni.

Germano Celant, soprintendente artistico e scientifico della Fondazione Prada, ha parlato di “scambio osmotico tra corpo reale e corpo digitale, di rivoluzione comunicativa”.

Una “rivoluzione” che sarà premiata con un riconoscimento speciale la notte degli Oscar, come “visionaria e potente espressione di racconto”, che, muovendo le leve più segrete delle nostre anime, ci sconvolge ma ci vieta di dimenticare che “loro” sono “noi”.

 

 

 

 

 

Calendario Pirelli

Alice nel paese della libertà. Il nuovo calendario della Pirelli.

“In ogni edizione dei nostri calendari” - ha dichiarato il cd della Pirelli Marco Tronchetti Provera - “lasciamo libertà di espressione, libertà in tutti i sensi…, non ci sono confini e non ci sono discriminazioni. Far sognare poi è un altro dei nostri obiettivi…”

Libertà, abolizione dei limiti e superamento delle coercizioni in una realtà soffocante e contraddittoria, quale quella del mondo in cui viviamo, sembrano veramente sogni destinati a dissolversi allo spuntare del nuovo giorno, a meno che una magia, come nelle favole, non intervenga con un impossibile abracadabra a realizzare una chimera.

Per restituirci la speranza anche l’arte può dare il suo contributo e il nuovo calendario della Pirelli è senz’altro artistico, originalissimo e “favoloso”, nel vero senso del termine.

Sì, perché per far sognare la meraviglia delle meraviglie di un mondo libero ci si è ispirati alla più libera, onirica e fantasiosa favola di tutti i tempi, quella di Alice.

Tim Walker, il celebre fotografo britannico cui sono stati affidati gli scatti del nuovo calendario, è ben conscio e onorato, per sua stessa ammissione, di aver creato un’opera “surreale”. Tanto più che, se nell’immaginario collettivo Alice ha le sembianze della graziosa ragazzina esile e bionda del celebre lungometraggio Disney, Walker abbatte veramente le barriere fotografando invece un’Alice nera nerissima, la bella e formosa fotomodella di colore Duckie Thot.

Ansa

“’E la celebrazione della bellezza ma è anche influenzato da quel che succede nel mondo” spiega Walker a proposito del suo calendario total black. Non solo la protagonista ma tutti i personaggi della favola di Carroll infatti provengono da quanto c’è di meglio nel panorama della cultura nera, da Lupita Nyong’o (il ghiro) a Djimon Hounsou (il re di cuori) e Ru Paul (la regina) sino a Sean “Diddy” Combs (il boia) e persino Naomi Campbell (la moglie del boia ) e Whoopi Goldberg (la duchessa reale).

Duckie Thot Naomi Campbell e Sean “Diddy” Combs

Il tema “black” ricorre del resto in molti particolari degli scatti del nuovo calendario: Il Bianconiglio della favola originale diventa un “Neroconiglio” e le rose, che la Regina di Cuori voleva rosse a tutti costi, Walker invece le “dipinge”, a proprio gusto, di nero appunto e anche a rischio del ”taglio della testa”, per citare ironicamente Lewis Carroll. “Le fiabe hanno spesso dei toni cupi”, come ricorda Walker, “perché rappresentano anche le paure con cui i bambini possono vedere il mondo”, sottolineando come, sotto questo aspetto, il Calendario Pirelli riesca ancora una volta a raccontare la società contemporanea, in un momento di trasformazione, forse difficile, ma che non esclude il futuro di un mondo in cui tutti possano vivere “felici e contenti”.

Ne è convinta la stessa Naomi Campbell: “Non poteva esserci un momento migliore per un’operazione di questo tipo”, ha dichiarato al Manhattan Center di New York in occasione della presentazione del calendario, ricordando che l'edizione del 2018 è anche un omaggio a Franca Sozzani che proprio nel 2008 aveva per prima portato il tema della diversità nel mondo della moda, pubblicando la All Black issue di Vogue Italia. Ma già in passato Naomi aveva partecipato appena sedicenne ad un'edizione del calendario con solo modelle nere, quella del 1987.

Del resto per Walker il calendario non è solo legato al colore della pelle: «Alice poteva essere asiatica, africana, perfino di Marte. La storia di Alice è stata raccontata un'infinità di volte e volevo andare alla genesi dell'immaginario di Lewis Carroll, in modo da poterlo raccontare nuovamente dall'inizio. Volevo trovare un punto di vista diverso e originale», continua Walker, ammettendo che la parte più difficile del lavoro di fotografo stia proprio nel dare una «prospettiva inedita» a chi osserva.

Questa la genesi dunque del nuovo Calendario Pirelli , perché, per cercare nuove prospettive “ non c'è niente di più magico del mondo parallelo di Alice”, come ricorda Tronchetti Provera,” un mondo che tutti possono interpretare in maniera originale, che può essere visto da ognuno in maniera diversa".

“Anno nuovo –vita nuova”, dunque, l’augurio del Calendario Pirelli 2018, un inno alla fantasia e tolleranza, che celebra l’incontro e la collaborazione di culture diverse, dandoci di che sognare ma anche riflettere.

“In tutto c'è una morale, se si sa trovarla.” (Lewis Carroll)