L'intervento militare degli Stati Uniti all’Iran, al di là delle evidenze geopolitiche, porta con sé alcune conseguenze laterali, ma non del tutto marginali.
Innanzitutto cade l’assioma del Trump pacifista. O meglio: il tycoon è stato lontano dalle guerre durante il suo primo mandato e, fino a ieri notte, il suo curriculum bellico era assolutamente immacolato. Ora non più. Non c’è nulla di anomalo, quasi tutti i suoi predecessori - compreso il Nobel (preventivo) per la pace Barack Obama - hanno dichiarato guerre in giro per l’orbe terracqueo, con una spiccata preferenza per il Medioriente. Da questo punto di vista potremmo dire che è quasi una normalizzazione dell’”anomalia Trump”. Il presidente isolazionista abbandona il suo isolazionismo e torna, a pieno titolo, sullo scenario globale con la forza muscolare e bellicista. C’è un paradosso: così facendo l’inquilino della Casa Bianca delude la base Maga (anche se nella situation room ha ostentato il cappellino con il famoso acronimo) che lo voleva impegnato esclusivamente a risolvere le faccende interne e ridà lustro alla parte neocon del Partito Repubblicano, non esattamente un fan club di The Donald